Domenica 1° maggio 2026
Dedicazione dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo
Eucaristia ore 10.15
85° anniversario dell’arrivo delle prime monache a
Viboldone

Presiede l’Eucaristia Mons. Walter Magni, Vicario Episcopale per la vita consacrata,
concelebra Don Gianfranco Macor
Viboldone, SS. Apostoli Filippo e Giacomo, 1° maggio 1954
Vi sono momenti in cui a un tratto prendiamo coscienza di quanto abbiamo vissuto – e di quanto Dio abbia operato, anche materialmente, intorno alla nostra esistenza.
E’stato così, stamattina, mentre la Comunità, cantando, si recava processionalmente a celebrare, con la Messa Conventuale, l’anniversario del suo primo giungere qui, il 1° maggio 1941.
Il piccolo gruppo trepido, quasi smarrito, che in nome delle Consorelle – al lavoro per tutte negli ospedali militari – entrava nella chiesa deserta, freddissima, cadente, e vi si inginocchiava in preghiera, oppresso di grazia e del peso immane di difficoltà insuperabili alla sua estrema fragilità – è divenuta la Comunità che, pur sentendosi sempre piccola e povera, ordinata, serena – solennemente – diceva, oggi, la sua viva lode a Dio, accolta non più dai bambini e dalla curiosità delle donne del luogo, ma dagli Altari in festa, illuminati di luce, adorni di fiori, caldi di reliquie di Santi – e dal consenso dei buoni venuti, questa volta, al festoso suono delle campane, in questo giorno di sosta festosa al loro lavoro.
Rileggo una mia lettera di qualche giorno [dopo] … “Arriva il camion coi nostri poveri mobili. Viene tutto scaricato faticosamente in una vasta stanza ove è un caminetto che serve provvisoriamente per preparare i nostri pasti. La sera tardissimo, sedute tra tutta quella confusione delle nostre povere robe, prendiamo qualche cosa da mangiare … formaggio, salame, e finalmente ci disponiamo al riposo su qualche rete metallica appoggiata sul pavimento.
Il cuore non può dilatarsi come vorrebbe, ma ringraziamo con insistenza il Signore: sembra un sogno, eppure siamo arrivate al Monastero! Pare anche che ci sia una fondata speranza per una futura tipografia. Il Padre Abate Caronti ne ha accennato sotto molti veli. E’ cosa di vitale importanza, preghiamo molto!”
Il Parroco ostile, l’Arcivescovo diffidente, senza lavoro né strumenti di lavoro – senza denaro (800 lire in tutto) mancanti dell’indispensabile. Eppure l’impotenza è stata investita di benedizione e di serena luminosità dal Cielo – fedele – materno – in festa sulle anime riunite da una fame e da una sete di Dio, profonda – anch’essa dono –: il vero, supremo, unico dono, ragione di tutti gli altri doni.
Ora c’è questa Casa di Dio, che si profila su questa piana verde, ove siamo state trasportate dal volere di Dio.
Ci sono dei problemi che sembra proprio di non avere la capacità di risolvere.
Così a Rocca S. Maria come a Viboldone (e particolarmente a Viboldone) due responsabilità gravi si presentano inconciliabili per la nostra attuale, materiale costruzione di ambiante e di spazio, … e di diverso ordine …
L’ufficiatura; la vita di solitudine, di silenzio operoso – l’ospitalità (ricercata in vista, appunto, di una partecipazione a tutto questo) – da un lato. Dall’altro, l’urgenza del dovere di assistenza concreta a questo povere paese non cristiano. Quindi quel che è possibile di istruzione religiosa – naturalmente, inevitabilmente inframmezzata di gioia e di chiasso, di partecipazione attiva ai canti in chiesa!…
Due mondi in contrasto – due responsabilità –
Come sarebbe semplice che il Signore ci dicesse: “Dal momento che non disponete momentaneamente della necessaria ampiezza della cittadella sacra, non preoccupatevi, una cosa sola è necessaria: restate ai miei piedi!” ma il Signore non dice questo. Il Monastero, la città di Dio è sì una piccola isola, ma è posto dalla Provvidenza in un acquitrino i cui miasmi, è necessario, siano diradati dalla sanità della atmosfera cristiana.
La sorte dei fratelli è nostra responsabilità: la loro case rasentano le mura del Monastero non per nulla! Assenza di vita della Parrocchia, assenza di qualsiasi capacità di accostare e “lucrare anime” del Cappellano, assenza di locali e spazio sufficientemente distanti per non solo disturbare, ma quasi impedire la preghiera di chi vuole e deve pregare e che bisogna pur proteggere, polle vive di grazia per tutti
Dunque come fare? Bisogna risolvere.
Orìgene mi aiuta a sospirare di potere, finalmente “camminare all’asciutto in mezzo al mare. E che le acque di esso si elevino come muraglia da una parte e dall’altra per sfuggire alle mani degli egiziani, perché vedendoli morti sulla riva, l’anima creda nella potenza di Dio e di Mosè. E una volta o tante volte quante è uscita dall’acqua, l’anima canti il canto Cantemus Domino, nella gioia della sua liberazione”. L’amore di Dio ripercorre la via tante volte battuta per arrivare al mio cuore: mi raggiunge attraverso il palpitare della vita degli esseri, resi presenti tutti, in qualcuno vicino.
E’ la sua prima antica maniera, di quando la sua grazia non si era ancora comunicata per l’acqua battesimale o per il Pane eucaristico, ed Essa mi veniva offerta così, dalla mia prima infanzia. Il pensiero, l’amore, la potenza, la gloria impressa nella materia, mi portava, mi guidava a trascendere per unirmi a Lui. E un vestigio di Lui mi reca (che mi pacifica) anche ora – e una domanda – quella di essere sollevata fino a Dio, perché si realizzi la perfetta armonia e unità a cui l’universo degli esseri aspira e a cui Dio chiama.
Si, mio Signore! Ma io ho il desiderio, il bisogno di … “vedere” gli egiziani morti sulla riva (sono pur tuoi nemici!).
Ho però il gran dubbio che il Signore si interessi a questa mia preghiera
È tremendo doversi fidare così, senza vedere gli egiziani morti sulla riva! Ma così sia.
Sono ancora all’introduzione delle “Omelie di Origene sul Cantico dei Cantici” e trovo questa espressione su Dio … “attentissimo alle processioni cosmiche e al ritorno degli esseri verso la loro sorgente …”
E ancora: “ma tutta la vita spirituale, anche in mezzo alle più dure prove, è una gioia costante, la gioia del martirio, e a ogni opera, Dio diviene a se stesso: et erant cuncta valde bona, così dopo ogni tappa della sua vita spirituale, il cristiano canta. Questa gioia profonda che gli fa celebrare come una festa ogni grado della sua ascensione, è una caratteristica della spiritualità origeriana …”
La Provvidenza offre il cibo di cui Essa stessa crea il bisogno nella sua creatura: ho un inno di ringraziamento in cuore.
Madre Margherita Marchi – 1 maggio 1954
Dedicazione dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo
Eucaristia ore 10.15
85° anniversario dell’arrivo delle prime monache a
Viboldone
