A livello ecclesiale, inizialmente sul piccolo gruppo di donne si concentrarono sguardi pieni di circospezione. Al tempo stesso vigilava però lo sguardo di simpatia e incoraggiante attesa di alcuni prelati della Santa Sede e di santi abati benedettini. Il cardinale Ildefonso Schuster – che, già monaco e abate benedettino, non aveva mai affievolito la sua anima monastica, le accolse premurosamente in diocesi di Milano, fu come padre e aiutò in tutti i modi la comunità, attraverso un profondo dialogo spirituale con la Madre, a gettare solide fondamenta nella Chiesa ambrosiana.
La prima generazione di sorelle era fortemente coesa nella determinazione a edificarsi nella forma di vita benedettina, di essere presenza di preghiera ai margini della grande città; a vivere del proprio lavoro, pur nella durezza dei tempi, in un cordiale rapporto di vicinato con le famiglie dei salariati del borgo. Subito impiantarono un piccola tipografia, mettendo a profitto una competenza acquisita nelle catacombe di Santa Priscilla, dove avevano assiduamente lavorato per l’Istituto Pontificio di Archeologia Cristiana.
In monastero la tensione di vita che muove la comunità è il desiderio di camminare insieme nella verità dell’adesione al Vangelo, le une di fronte alle altre, in ricerca di Dio. “Per ducatum Evangelii”, nel confronto costante con l’Evangelo. Come indica san Benedetto, la strada è quella dell’ascolto incessante della Parola di Dio che parla nelle Scritture, nella celebrazione eucaristica, nella relazione fraterna, nell’ospite, nella storia umana. E questo richiede anzitutto il consenso a un’attrazione del Signore, una passione per il suo Evangelo, e conseguentemente una ferma determinazione della libertà, minimante propiziata dalla mentalità oggi corrente.