Arte
Gli affreschi dell’abbazia di Viboldone
Gli affreschi dell’abbazia di Viboldone rappresentano un tesoro artistico di grande valore, risalente principalmente al XII e XIII secolo. Si concentrano in particolare nella zona orientale della chiesa: due sono le campagne decorative trecentesche di maggior rilievo.
La lunetta sopra l’arco di accesso alla zona absidale, che raffigura la Madonna col Bambino in trono, opera di un frescante ancora anonimo, (indicato dagli studiosi con il nome convenzionale di Maestro del 1349, forse un lombardo sollecitato dalla lezione di Giotto e di Maso di Banco), è datata 1349.
La quarta campata della navata centrale è interamente decorata con storie della vita di Cristo, nelle vele della volta e sulle pareti. Prevalgono qui il tono narrativo e l’amorosa descrizione dei particolari. Assegnati agli anni Sessanta del Trecento, è stato successivamente avanzato al 1380 circa per la maggior modernità.
Molti elementi stilistici accomunano il Maestro del 1349 con Giusto de’ Menabuoi, cui gli studiosi unanimemente assegnano l’esecuzione della grande scena, scoperta nel 1898 e restaurata più volte. Raffigurato solitamente sulla controfacciata come monito per il fedele che lascia la chiesa, a Viboldone si trova invece in una zona destinata ad essere vista soltanto dalla comunità monastica. Giusto riprende semplificandolo lo schema del Giudizio di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova.
Gli affreschi, realizzati con tecniche tradizionali, mostrano anche l’influenza di stili artistici contemporanei, che spaziano dal romanico al gotico. La cura nei dettagli e la vivacità dei colori dimostrano una maestria notevole, tipica degli artisti del tempo.
Oggi, gli affreschi di Viboldone non solo abbelliscono l’abbazia, ma rappresentano anche una testimonianza preziosa della storia dell’arte medievale. La loro conservazione è fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’arte sacra e il legame profondo tra spiritualità e creatività, rendendo Viboldone un luogo di culto e cultura di grande importanza.
Nella cappella addossata al transetto sinistro della chiesa destinata alla custodia del Santissimo sacramento e alla preghiera individuale è stato collocato nel 1998, dopo il restauro, un grande Crocifisso ligneo di ignota provenienza ma reperito nell’abbazia che, nonostante le ingiurie del tempo e degli uomini, rimane il più prezioso testimone del ‘400.
Il corpo imponente colto nel momento subito successivo alla morte, è reso in modo realistico ma lontano da un naturalismo idealizzante e lontano da eccessive insistenze sulla sofferenza. È soprattutto il volto, esangue e delicato, che ci consegna un’immagine pacificante nonostante il dolore, un volto che invita alla compassione.
Secondo i ricordi di alcune delle monache arrivate a Viboldone nel 1941 il Crocifisso venne rinvenuto abbandonato nel campanile, in pessimo stato di conservazione, letteralmente a pezzi, le braccia e la testa – divisa in due – staccate dal corpo, capelli, barba e baffi solo in parte conservati, un insieme non gradevole che la madre Marchi fece raccogliere in una cassa. Fu solo nel 1998 che la comunità monastica decise il suo restauro. Il Crocifisso venne innalzato nella cappella del Santissimo dopo il Convegno di studi che si tenne in occasione delle celebrazioni dei 650anni del completamento della chiesa, a degna conclusione della sua travagliata storia.
“Io quando sarò elevato da terra, trarrò tutti a me”
Gv 12,22
da Aldo Gasparini, CORPUS DOMINI CORPUS HOMINI. Il crocifisso ligneo dell’Abbazia di Viboldone,
ed. Viboldone, San Giuliano Milanese, 2018